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Mia Martini

Facile, etichettarla come "La donna che visse tre volte", sull’onda del
capolavoro di Hitchcock. Il primo "battesimo" al successo per Mimì Berté fu
nel magico 1964. Quell’anno si aggiudicò con "Il Magone" il Festival di
Bellaria e partecipò a "Teatro 10", show del sabato sera presentato da Lelio
Luttazzi con l’intrigante surf "Ed ora che abbiamo litigato". Nata il 20
settembre 1947 a Bagnara Calabra, secondogenita di Giuseppe Radames,
professore di lettere al liceo e Salvina Dato, insegnante elementare,
Domenica Berté, futura Mia Martini vive i suoi primi quattordici anni di
vita fra Porto Recanati ed Ancona, inizia nella prima infanzia a cantare.
Studia piano e danza calssica, elegge Paul Anka, interprete di "You are my
destiny" suo primo modello artistico e si guadagna i primi applausi alle
feste in piazza. E’ Carlo Alberto Rossi, l’autore di "E se domani" a
concederle il primo provino serio nella sua etichetta milanese "Juke Box" e
l’onore del primo disco a soli 15 anni. Si intitola "I miei baci non puoi
scordare". Segue a ruota "Insieme". Si tratta di due "cover" di brani
stranieri. Ma è "Il magone", un pezzo tutto italiano,
firmato Icardi e Guarnieri, arrangiato dall’estroso Angelo Pocho Gatti a
regalarle i primi consensi di pubblico e vendita, tanto da convincere il
mensile musicale giovane dell’epoca "Tuttamusica" ad inserirla ne "La greffa",
clan di talenti d’assalto : Mimì porta i codini e le scamiciate, ha tutta
l’aria della ragazzina ye-ye. Il suo primo momento magico però è destinato a
sfumare in fretta. Mimì si è ormai trasferita a Roma, nella zona dove nel
’67 nascerà il mitico Titan, diretto rivale del Piper, studia lingue,
frequenta il liceo artistico e si dedica anima e corpo alle jam-sessions,
rivisitando il repertorio di grandi star come Ella Fitzgerald, Sara Vaughan,
Julie Driscoll e Aretha Franklin con il gruppo di Toto Torquati. Grandi
scialli neri, trucco accentuato, tono impegnato, Mimì passa anche attraverso
una brutta esperienza giudiziaria.
E’ il talent-scout di Patty Pravo, Alberigo Crocetta a notare le sue
eccezionali doti vocali al Piper 2000 di Viareggio. Nasce così Mia Martini.
"Il nome l’ho voluto io, pensando alla Farrow, un mio idolo del momento -
racconterà lei - Il cognome fu scelto fra un tris di prodotti celebri
italiani che potevano attirare anche il mercato internazionale. Spaghetti,
pizza e Martini. Decidemmo per quest’ultimo." Nacque così Mia Martini,
personaggio anticonformista, tra il freak e l’hippie, bombetta, sveglia al
collo, anello al naso, un brano trasgressivo contro il perbenismo della
famiglia tradizionale, "Padre davvero" che le diede il trionfo al Festival
Nuove Tendenze di Viareggio, in barba a gruppi antesignani del nuovo rock
come Banco e PFM, successo al Cantagiro 71 con il suo gruppo "La Macchina",
il via libera al suo primo album con la RCA "Oltre la collina", una
produzione Baglioni-Coggio contenente "Gioielli" del calibro di
"Ossessioni", "Lacrime di Marzo", "Prigioniero" (il testo fu scritto da lei,
in ricordo dell’esperienza in carcere), "Amore amore un corno" : un vero e
proprio "concept album" che richiamò l’attenzione della critica.
Nel ’72, il passaggio alla Ricordi e nuovi collaboratori come Lauzi, Baldan
Bembo e i fratelli La Bionda : con "Piccolo uomo" arriva immediato l’exploit
al Festivalbar dove Mia sbaraglia tutti ed a settembre lancia alla Mostra
Internazionale di Venezia "Donna sola", un brano che trasuda blues e
soltanto lei, al momento, sembra poter reggere quanto ad intensità
d’interpretazione. Tutti e due i pezzi scalano in fretta le classifiche di
vendita. Esce il suo secondo album "Nel mondo una cosa" (in cui spiccano "Io
straniera", versione italiana di "Border song" di Elton John, il gioiellino
di Vinicius De Moraes "Valsinha" e la struggente "Amanti" che nel giro di
pochi mesi conquista le prime piazze nelle top-charts e viene premiata dalla
critica.
Con "Minuetto", firmato Califano e Baldan Bembo, Mia fa tris e si aggiudica
alla grande il Festivalbar ’73, bruciando la rivale Marcella e toccando il
vertice dell’hit parade. E’ il suo momento. Nuovo look, vestiti zingareschi,
capelli lunghi, mossi con l’onda "a schiaffo", un intero "stock" di anelli,
a settembre ritira a Venezia la "Gondola d’oro" per le vendite di "Donna
sola", vara il suo terzo album "Il giorno dopo" in cui, accanto a due brani
che ne esaltano l’estensione e l’espressività vocale come "Guerriero" e
"Bolero" canta fra l’altro "Picnic" (cover di "Your song di Elton John) e
"Signora" di Manuel Serrat.
Maurizio Piccoli, Maurizio Fabrizio, e Baldan Bembo sono fra i suoi preziosi
collaboratori anche nell’album seguente "E’ proprio come vivere"del ’74 da
cui Mia trae il bel singolo "Inno", pescandolo fra brani tutti pregevoli fra
cui l’Aznavouriana "Domani".
Nel ’75 Mia vince il referendum di "Sorrisi e canzoni" "Vota la voce" come
migliore cantante donna dell’anno e il premio della critica a Palma de
Majorca, incide "Sensi e controsensi" e "Un altro giorno con me", il suo
"canto del cigno" con la Ricordi, da cui la separano ormai insanabili
incompatibilità.
Inizia la fortunata intesa con Aznavour che la condurrà nel ’77 al
memorabile concerto all’Olympia. Sofisticata, calata nel ruolo della Edith
Piafe made in Italy, Mia si gode il successo internazionale e nel ’77 è la
vedette del Festival di Tokyo e ci rappresenta con "Libera" all’Eurofestival.
Dopo altri due album ("Che vuoi che sia" e "Per amarti" in cui c’è già la
"mano" di Fossati oltre ad una pregevole cover di "Somebody to love" dei
Queen, nel ’78 arriva la "svolta" con "Danza". Mia rinuncia alle pailettes
dell’Olympia per un look stringato, occhiali, capelli lunghi e mossi,
stivali gialli, un’occhiata al "rock bambino" del suo partner artistico e
sentimentale. Spicca a livello d’interpretazione la drammatica "Costruzione
di un amore".
Tre anni di "impasse", poi Mia torna in trincea con i capelli corti, giacche
dal taglio maschile, un album scritto da cantautrice "Mimì" inciso con la
piccola etichetta DDD.
E nell’82 si misura con la platea sanremese, lei che dieci anni prima
giurava di sentirsi giusta solo in manifestazioni come Gondola d’oro e
Festivalbar. Ci prova con "E non finisce mica il cielo" ed è la giuria dei
giornalisti a celebrarla, istituendo per lei il "premio della critica",
toccata dalla sua vibrante esecuzione. Nello stesso anno esce "Quante
volte", un bell’album costruito con la sapiente regia di Shel Shapiro in cui
l’autobiografica "Stelle" merita una nota di plauso. L’anno dopo Mia si
diverte a regalare un 33 giri a i suoi "Compagni di viaggio", svariando fra
Hendrix, Tenco, De Andrè e John Lennon.
Nell’85, Mia vorrebbe ritentare Sanremo con la bellissima "Spaccami il
cuore" scritta da Paolo Conte : Le giurie compiono un delitto di lesa maestà
bocciandola in fase di preselezione. Per Mia, è un vero e proprio tracollo.
Sparisce dalle scene e ci vuole il "tocco magico" di Lucio Salvini, passato
alla Fonit, suo "angelo custode" nel periodo Ricordi per convincerla al
nuovo gran ritorno nell’89 a Sanremo.
Lauzi e Fabrizio hanno da sette anni nel cassetto il pezzo giusto per lei e
con "Almeno tu nell’universo" Mimì crea uno shock generale, si accaparra un
nuovo premio della critica e sforna anche uno splendido album "Martinimia"
dove attinge a piene mano al repertorio dell’astro nascente partenopeo Enzo
Gragnaniello ("Donna", il brano trainante. Fra le altre esecuzioni di
spicco, "Notturno" e "Formalità"). E’ alla sua terza "vita", con gli abiti
firmati Armani e il repertorio più vicino al grande pubblico delle platee
festivaliere.
Nel ’90 il tris al "Premio della critica" con "La nevicata del ‘56" firmato
Califano-Vistarini-Lopez, l’album "La mia razza" con vistose celebrazioni
etniche (Danza pagana" su tutte) e nel ’92 l’annunciata vittoria sanremese
mancata per un soffio (seconda alle spalle di Luca Barbarossa)con "Gli
uomini non cambiano" (premiata ditta fiorentina Bigazzi-Dati), il bel quarto
posto all’Eurofestival con "Rapsodia", il successo con Murolo e Gragnaniello
nell’indovinata "Cu ‘mme", il tour teatrale "Per aspera ad astra" in cui Mia
ripercorre le tappe più pregnanti della sua carriera.
Il ’93 non è un anno fortunato per Mimì : l’accoppiata-happening sanremese
con la sorella Loredana con "Stiamo come stiamo" non ottiene gli esiti
sperati e "Vieneme" non sembra avere l’unghiata vincente per ripetere
l’exploit con Murolo e Gragnianiello.
Con il ’94 arriva il "Festival italiano" con "Viva l’amore" ed un album di
"cover" di grandi cantautori italiani, De Andrè e Fossati su tutti (poi
Vasco Rossi, Zucchero, i fratelli Bennato, Dalla, De Gregori) dal titolo "La
musica che mi gira intorno". "Hotel Supramonte", "Mimì sarà" e le
grintosissime "Dillo alla luna" e "Tutto sbagliato Baby", i veri hits. E’ il
suo ultimo capolavoro. A "Papaveri e papere" si diverte ad insegnare
all’astro nascente Giorgia che l’unica vera soul-woman italiana è ancora
lei. Nella puntata conclusiva, Barbara Cola e Spagna la guardano a bocca
aperta. "La voce del silenzio", cavallo di battaglia di Dionne Warwick,
affidato alle sue corde vocali, è un concentrato di nitroglicerina. Ed è
bello vederlo a distanza oggi come il suo supremo, rombante atto di congedo.
Mia Martini troverà la morte in un triste maggio del 1995.

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